“Tratto da una storia vera” è la citazione che potrebbe scolpire la filmografia, tra qualche anno, delle storie che, nella realtà, stiamo vivendo oggi.
Eppure, in parte, quel film è come se lo stessimo guardando già oggi: siamo seduti comodamente in casa o distesi sul divano con il nostro smartphone e intanto scorrono le immagini, i video del conflitto russo-ucraino, tutto, come fosse un film.
Il bombardamento mediatico che subiamo giornalmente: i freddi numeri dei morti, le dichiarazioni che si susseguono dei vari leader di turno, le marce impetuose dei carri armati, edifici distrutti abbassano inevitabilmente la percezione e l’empatia che, invece, dovremmo provare nei confronti di disastri cosi devastanti.
È il momento di prenderci una pausa e leggere uno di quei racconti che ci riporta alla mente la vera faccia drammatica del conflitto: fatta da persone, sentimenti e storie.

Dal pezzo di Daniele Raineri sul Foglio:
La storia di una vittima civile della cosiddetta “operazione speciale di denazificazione” ordinata dal presidente russo Vladimir Putin in Ucraina comincia dopo l’esplosione al reattore di Chernobyl nel 1986. Un’associazione della Val di Sole in Trentino decide di offrire a trenta ragazzi ucraini della regione colpita quattro settimane da ospiti in trenta famiglie italiane.
Ancora oggi nella regione di Chernobyl ci sono ottimi ricordi dell’Italia grazie a queste iniziative, che furono l’incontro tra due mondi lontani.
Svetlana Kuprienko arriva sul bus assieme agli altri bambini, la accolgono Mirella Niccolai e il marito. “Avevamo pensato che era meglio se a ospitare i bambini ucraini fossero state famiglie che avevano già bambini, per aiutarli a socializzare. Avevamo organizzato le quattro settimane di vacanza in modo che avessero sempre qualcosa da fare, che fosse una visita, o andare in piscina, oppure una gita, o andare a cavallo. Ci intendevamo a gesti”, racconta al Foglio. Svetlana era “una bambina sveglia, carina e altruista. Quando uno degli altri bambini aveva un problema lei faceva da mediatrice”.
Le quattro settimane finiscono, i rapporti continuano, una donna ucraina in Italia si occupa di tradurre le lettere che arrivano in cirillico dai bambini e di rispondere. Passano altre estati in Trentino, le famiglie italiane riescono anche a ricambiare la visita nel piccolo paese di Marjanivka, a trenta minuti di auto da Chernobyl.
Svetlana con la sorella Alessia è diventata di famiglia: “abbiamo preso a sentirci sempre su Messenger e su whatsapp”. Svetlana a un certo punto si ammala di leucemia e la sua seconda famiglia italiana le fa arrivare le medicine, lei guarisce, si sposa, ha tre bambine.
Finché una mattina alle sei mi scrive, e qui parla la donna della coppia italiana che ha accolto e costruito questo rapporto con Svetlana: “in Ucraina è arrivata la guerra, domenica 27 Febbraio ricevo un messaggio da Alessia la sorella di Svetlana che dice di “pregare per Svetlana” poi non ricevo più nulla, mi arrivano altri messaggi ma dicono “c’è una cosa che dobbiamo dirti ma non riusciamo a dirtela” “.
Un bombardamento russo ha ucciso 7 civili nel piccolo centro di Marjanivka in Ucraina vicino al confine con la Bielorussia. Un video girato poco dopo la strage mostra quattro cadaveri in abiti civili conciati molto male dall’esplosione vicino al muro di un edificio accanto a una scuola che la popolazione locale usava come rifugio durante i bombardamenti: c’è anche Svetlana stesa con la faccia verso terra.

