La gioventù italiana è sotto attacco da almeno un ventennio, da che ricordi noi trentenni di oggi non abbiamo mai ascoltato una parola di elogio dalle generazioni che ci hanno preceduto. Sin da quando ci è stato attaccato l’appellativo di “bamboccioni” dall’allora ministro dell’economia Padoa-Schioppa le cose non sono molto cambiate.
Eppure la mia generazione insieme a quella dei neo ventenni è quella che più di tutte ha dovuto mostrare resilienza. Più di tutte ha dovuto adattarsi ai mutamenti che mai nella storia dell’umanità sono stati cosi repentini e così mastodontici. Recessioni economiche, cambiamento climatico, crisi sociali, siamo la generazione che vive coi genitori perché una casa non può permettersela, siamo quelli che devono specializzarsi ma devono saper far tutto, siamo soldati chiamati a ripulire le strade dagli errori del passato.
Eppure la colpa è sempre nostra.
Siamo noi che vogliamo rimanere in casa perché ci fa comodo rimanere attaccati alla gonna di mamma, siamo noi che non abbiamo abbastanza competenze o abbastanza esperienza per meritarci un posto di lavoro, è colpa nostra se non raggiungiamo l’ indipendenza energetica perché rifiutiamo il nucleare come fonte pulita, è colpa nostra se i nostri stipendi (già miseri) saranno mangiati dall’inflazione , non siamo abbastanza capaci per scalare l’ascensore sociale, siamo assassini se cerchiamo il dibattito e una legge sull’eutanasia, drogati se vogliamo regolamentare la cannabis.
Poi è arrivata la pandemia.
Ed ha lasciato un cratere nella nostra società di cui non si capiscono ancora le dimensioni perché la polvere è ancora alta. Torneremo tra qualche anno a valutare i danni e resteremo lì, immobili, ad ammirare lo scempio.
In questi anni la solita narrazione nei confronti dei giovani li ha etichettati come untori, irresponsabili che sgattaiolavano furtivamente dalla propria amata, la movida una pratica meschina ai danni della società, le discoteche luoghi per soli covid party, le scuole luoghi di contagio e non più di formazione.
Ne saremmo dovuti uscire migliori, siamo morti dentro.
Sono due anni in cui con l’estintore hanno raffreddato l’ultima fiamma che bruciava in noi. Qualcuno è invecchiato prima, altri hanno perso amicizie di lunga data, altri non hanno compiuto le pazzie che si fanno e si devono fare a certe età, la crescita passa anche e soprattutto da questo. I nostri giovani saranno degli adulti imperfetti e non perché gli manchi qualcosa per essere ambiziosi ma perché a polvere posata vedranno il cratere delle cose non fatte, le cose che non ci hanno permesso di fare perché colpevoli.
È il momento di cambiare narrazione.
E noi lo facciamo partendo da un dato: la campagna vaccinale va avanti da oltre un anno e i dati sono abbastanza consolidati, dunque, possiamo dire in modo definitivo che la fascia delle persone ventenni, dai 20 ai 29, si è vaccinata di più della fascia delle persone cinquantenni, dai 50 ai 59, anche più dei trentenni, anche più dei quarantenni. Bisogna andare ai sessantenni, che rischiano enormemente di più dei ventenni, per trovare una fascia di età che si è vaccinata un po’ più dei ventenni.
Cosa vuol dire questo?
Che noi ci siamo. Noi lottiamo. La nostra parte la facciamo.
Non lasciateci morire, non lasciate che diventiamo il capro espiatorio degli errori del passato. Affronteremo anche questi anni con le armi spuntate che ci ritroviamo, con o senza macchia di colpa ripuliremo questo mondo. Perché noi, a differenza di chi ci ha preceduto abbiamo la consapevolezza che questo mondo è un prestito dato da chi verrà dopo.

