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sabato, Settembre 12, 2026

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La quiete nella tempesta

Osservazioni e chiarimenti su una escalation a lungo attesa.

L’ombra della guerra, infine, cala. Anni di guerriglia e faida propagandistica si fermano quì, per lasciare spazio alla devastazione bellica: le redini europee non sono riuscite a imbrigliare la megalomane smania di conquista di uno “zar” incontrollato. A nulla sono valsi gli impulsi e le minacce europee, troppo blande, evidentemente, per scoraggiare una nazione la cui espansione si mostra da secoli inarrestabile. Occorre, tuttavia, interrogarci su quali siano effettivamente gli interessi in gioco; su quali siano i moventi scatenanti e le ragioni di parte. Per far ciò è necessario compiere un viaggio a ritroso: la storia crea le fondamenta di se stessa, è noto.

Ucraina, terra di sofferenza.

Lo stato ucraino si presenta odiernamente come il più povero di Europa. Terra ad oggi libera, nell’ultimo trentennio ha subito le piaghe del sopruso, alle quali ha reagito con fermezza. Già a partire dai primi anni novanta, infatti, furono gettate le basi della liberazione ucraina, all’insegna della indipendenza, allorquando si avanzarono pretese dirette ad ottenere libere elezioni statali, grazie alle rivolte studentesche: obiettivo indipendentista raggiunto nel 1991. Qualche anno dopo, ai primi del 2000, l’attentato diretto a Yushenko scatenò sommosse anti-russe, alimentate altresì dei rinomati brogli elettorali che da anni mistificavano la politica nazionale. Arrivando, infine, al 2014, anno in cui le guerriglie interne provocarono la fuga del presidente ucraino e filo-russo Yanukovich, eletto a seguito delle proteste del 2004: anche in questo caso, il desiderio europeo animò le coscienze ucraine, spinte dalla costante voglia di europeizzazione. Non a caso, a seguito della fuga, si instaurò un governo filoeuropeo disconosciuto dalla Russia. Ad oggi, l’attuale presidente Zelensky governa abbracciando l’ideale europeo.

Quali sono le ragioni russe?

L’idea alla base del delirio guerrafondaio si basa sulla presunta appartenenza dell’Ucraina alla nazione russa: Ucraina e Russia costituirebbero un unico, inscindibile, plesso. Tutto il plesso, secondo il pensiero di Mosca, discenderebbe dalle stesse comunità slave e baltiche del nono secolo. L’attuale presidente russo, pertanto, rivendica ad oggi un vero e proprio diritto sull’Ucraina, soprattutto in considerazione che la stessa, fino al 1991, faceva parte dell’Unione Sovietica, la cui caduta rappresenta, nell’ideale russo, una tra le più grandi catastrofi del secolo scorso. Motivazioni etniche, senz’altro: non le uniche, tuttavia.

Sin dal 2008, l’appartenenza alla NATO è oggetto della bramosia ucraina: sin dal summit di Bucarest (2008), essa ha cercato a più riprese di godere dei benefici dell’alleanza atlantica, senza riuscirvi. Le ragioni ostative alla concedibilità dell’annessione risiedono non soltanto nello status belligerante proprio della nazione, ma anche nella necessità di un piano politico nazionale capace di porre in essere interventi di riforma militare e, soprattutto, politica: corruzione e deficit dell’amministrazione paralizzano il funzionamento del paese, rendendolo poco operativo sul piano interno ed estero. Mosca, tuttavia, osteggia la possibilità dell’annessione. La paura russa, difatti, risiede tutta nella capacità “offensiva” dell’alleanza atlantica: una espansione della stessa, attraverso l’annessione dell’Ucraina, minerebbe la sicurezza consolidata dell’est europeo. Il desiderio russo, pertanto, ha a oggetto una netta riduzione della sfera di influenza della NATO; non a caso, infatti, Mosca ha recentemente accusato l’alleanza atlantica di aver sostenuto militarmente l’Ucraina, attraverso una costante fornitura di armi, nonché economicamente: vanno ricordati i 2,7 miliardi di dollari inviati dagli Stati Uniti, nel corso dell’ultimo decennio. Una minaccia per le frontiere, dunque: è questo il timore suscitato dalla NATO.

Le ragioni di ogni guerra, tuttavia, non possono prescindere dalle risorse territoriali. L’Ucraina, difatti, non solo si presenta quale terra di passaggio del gas naturale inviato dalla Russia in direzione europea, ma si palesa quale terra di protezione posta a margine dei confini russi, per un’estensione di più di 2000 km: una protezione, nel pensiero di Mosca, indispensabile al fine di qualsivoglia eventuale contrasto bellico che si renda necessario in futuro, magari proprio contro l’alleanza atlantica. A ciò si aggiungano le infinite risorse naturali ottenibili grazie allo sfruttamento di una superficie così vasta e gli infiniti collegamenti, commerciali e non, promessi dalla nazione; collegamenti ferroviari con la Bielorussia, Romania, Polonia; porti sul Danubio (Reni, Izmail) e sul Mediterraneo (Odessa, Sebastopoli, Mariupol); aeroporti e oleodotti di strategica importanza.

Attualmente, l’Ucraina è un’autentica democrazia. Proteste, guerriglie, votazioni, sia pure incastonate nella difficoltà, sono pura estrinsecazione di un processo di democratizzazione che incute terrore ad est. La libertà di pensiero e di politica espresse nell’ultimo trentennio a Kiev intimoriscono e spiazzano, al tempo stesso, l’ideologia di Mosca: un modello politico, oltre che storico, alternativo, offerto al popolo russo, destabilizza la presidenza russa.

Perché agire ora, però? Al netto di ogni telepatica ipotesi, una ragione potrebbe essere individuata nei recenti accadimenti che hanno interessato la terra ucraina. L’Ucraina ha infatti recentemente adottato un provvedimento legislativo diretto a impedire il controllo dei mass media a fini propagandistici-politici: ad essere attaccato direttamente dal provvedimento in questione, tuttavia, è stato il petroliere filorusso Medvechuck, leader del partito filorusso dell’opposizione e proprietario di aziende televisive, dapprima utilizzate proprio per l’agevolazione propagandistica russa. Conseguenzialmente, l’opinione pubblica nazionale è stata liberata dal bombardamento mediatico dell’opposizione, scatenando in tal guisa la rappresaglia di Mosca. Da quel momento, infatti, prime esercitazioni e mobilitazioni militari si sono seguite a intermittenza in prossimità dei confini. In sostanza, le motivazioni di un attacco improvviso non mancano.

I precedenti: Crimea e Donbass

L’ex Unione Sovietica (URSS) era un tempo articolata in ben 15 repubbliche. In onore dell’anniversario di un accordo tra i cosacchi e lo zar Alessio di Russia, nel 1954 Krusciov, leader russo, “donò” la Crimea alla repubblica ucraina. La ragione sottesa alla donazione si ravvisava nell’intenzione di rafforzare i legami tra i vari popoli sovietici. Se ciò non comportò alcun sostanziale cambiamento in quel frangente storico, ad oggi invece la situazione è ribaltata: Putin, adducendo a giustificazione del proprio operato l’origine russa della maggior parte della popolazione della penisola, l’ha deliberatamente annessa, di fatto conquistandola. D’altro canto, l’illegalità del gesto è lapalissiana: un’invasione giustificata dalla tutela delle minoranze russe legittimerebbe una pluralità di invasioni a danno delle altre quattordici ex repubbliche sovietiche, all’interno delle quali si sono localizzate popolazioni russe e filorusse a seguito della caduta dell’ Urss.

Donetsk e Lugansk sono attualmente i distretti ucraini collocati nella parte più orientale della nazione, costituiti da una enorme zona mineraria qualificata come “Donbass”. A seguito dell’occupazione militare filorussa del 2014, i territori in questione si sono identificati in due distinte repubbliche indipendenti, reclamando di fatto la totale autonomia ed estraneità rispetto alla politica e al governo ucraino. Da allora, nella regione si è incardinata una guerra di lieve intensità. Nei giorni scorsi, l’attuale presidente russo ha deciso di riconoscere unilateralmente le due repubbliche, consentendone l’annessione alla Russia: a seguito del riconoscimento, Mosca ha inviato truppe militari nel Donbass, col pretesto di placare conflitti e mantenere pace e ordine. Se, tuttavia, trattasi di un riconoscimento di fatto, l’invio di truppe militari in terra “in concreto” estera non rappresenta, di per sé, un atto di invasione?

Colonne di auto in fuga da Kiev, a seguito delle prime esplosioni.

24 Febbraio 2022: inizio di una guerra annunciata

Alle ore 5.00 del 24 febbraio si scatenano le prime esplosioni nel territorio della capitale: Kiev si risveglia al suon delle sirene che annunciano morte incombente. I cittadini raggiungono gli scantinati, mentre il fumo si innalza tra le strade periferiche. Mentre si contano le prime centinaia di morti Zelensky, imposta la legge marziale, si dichiara pubblicamente pronto a tutto, promettendo la vittoria ai connazionali. Nel frattempo, voci di frontiera annunciano l’ingresso delle truppe russe anche dai confini Bielorussi e della Crimea. Pare, pertanto, che l’Ucraina subisca attacchi militari da più fronti: Donbass, Crimea e Bielorussia. Colonne di auto, frattanto, paralizzano il traffico, nell’intenzione di consentire la fuga dalla città: la disperazione comincia a diffondersi per le strade della capitale, nonostante l’invito presidenziale a rimanere trincerati nelle abitazioni. Alle ore 10.00, a 30 km da Mariupol, porto strategico ucraino, si rilevano i primi bombardamenti: la strategia russa pare, quindi, mirata alla conquista dei principali centri comunicativi e commerciali. Mentre i primi fumi offuscano i cieli di Kiev, il ministro della difesa Reznikov invita alle armi tutti coloro che sanno utilizzarle: la linea difensiva comincia la propria organizzazione.

Comprendere l’intenzione bellica russa appare, al momento, impossibile. Al netto delle ipotesi più fantasiose, tuttavia, i “fatti concludenti” di Putin parlano chiaro: l’invasione è cominciata. Non c’è più spazio per gli equivoci o la mediazione: i primi bombardamenti danno inizio a una guerra temuta e annunciata. Tocca adesso all’Ucraina organizzare le proprie difese e resistere al sopruso moscovita: a questo punto, se non ci sarà una pronta reazione bellica, la presa di Kiev potrebbe rivelarsi questione di giorni.

La posizione dell’Occidente

L’Europa e l’America sono costrette ad assistere e mediare. Nessuna azione difensiva od offensiva a sostegno ucraino può essere intrapresa al momento, non essendo la nazione attaccata membro dell’Unione Europea o della Nato: soltanto aiuti economici e militari “passivi” risultano, ad oggi, espressione del sostegno occidentale. L’unico reale strumento utilizzabile, e di fatto utilizzato, risulta essere quello sanzionatorio: sanzioni economiche, accordi più stringenti, condanne mediatiche e internazionali. Un deterrente, tuttavia, che continua a mostrarsi inefficace. Alla luce dei fatti, può ben dirsi che la guerra sia iniziata: una invasione netta risulta del tutto configurata. Dopo le prime esplosioni del 24 febbraio, l’Europa promette un summit, necessario per decidere i futuri provvedimenti a sostegno ucraino: Borrel e Von der Leyen promettono sanzioni su larga scala, miranti a bloccare commercio e mercato finanziario russi. Nel frattempo, è stata avanzata richiesta al Consiglio d’Europa di promuovere una più pronta adesione dell’Ucraina alla Unione Europa. Il dado è tratto: l’Europa si dichiara già pronta ad accogliere le migliaia di profughi che giungeranno da est.

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